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La Beata Panacea - Biografia

Panacea nacque a Quarona, a circa 30 km da Ghemme, situata tra Borgosesia e Varallo Sesia, nel 1368, da Lorenzo de Muzi di Cadarafagno e Maria Gambino, originaria di Ghemme. La morte prematura della madre indusse Lorenzo a risposarsi con Margherita, nativa di Locarno Sesia. In seguito al matrimonio, Panacea, da sempre dedita alle buone azioni e alla preghiera, iniziò a subire continui maltrattamenti da parte della matrigna. Questa la faceva lavorare senza sosta, facendole custodire il gregge sui monti, filare la lana e raccogliere la legna. La tradizione vuole che, mentre Panacea era intenta alla preghiera, fossero gli angeli a lavorare per lei.
Una sera del 1383, la matrigna, non vedendola arrivare insieme al gregge, che da solo era tornato all'ovile, si recò a cercarla sul monte Tucri trovandola in preghiera. Furibonda, la colpì violentemente e ripetutamente con la rocca che usava per filare uccidendola sul colpo. Resasi conto di quel che aveva fatto la donna si gettò in un vicino burrone. Le campane della vicina chiesa di S. Giovanni si misero a suonare attirando la popolazione di Quarona che vide il corpo di Panacea accanto al fascio di legna che ardeva senza consumarsi. La tradizione vuole che solo con l'arrivo del Vescovo di Novara si poté sollevare il corpo e porlo su un carro portandolo verso il paese. Giunto in un campo, il proprietario non volle che vi fosse seppellito, e i vitelli, da soli, condussero Panacea fino a Ghemme, fermandosi vicino alla chiesa parrocchiale di S. Maria dove era stata sepolta la madre. Era il primo venerdì di maggio del 1383.

Culto

Il nome originario di Panaxia o Panexia (dal greco "tutta santa") fu modificato in Panacea ("colei che guarisce tutti i mali) dal curato di Quarona Bernardino Lancia, che ne narrò la vita all'inizio del Seicento per espressa volontà dell'allora Vescovo Carlo Bascapè. Il testo, basato su un antico scritto perduto e sulle testimonianze orali, riordinò le vicende di Panacea con l'intento di incanalare la devozione popolare spontanea e l'oralità della narrazione, trasformando la vita in un modello da imitare per le sue virtù esemplari.
Il culto per Panacea, chiamata semplicemente la "Beata" dai devoti, ebbe larga diffusione. Fu da sempre invocata quale martire per aver sparso il suo sangue per testimoniare la fede, e come tale riconosciuta ufficialmente dal Papa nel 1867. Già all'inizio del Quattrocento sorsero oratori dedicati alla santa e sue immagini furono dipinte nel Novarese e nel Vercellese. La popolazione di Quarona stabilì nei suoi Statuti quattrocenteschi l'obbligo per ogni uomo o donna di recarsi al salmo della Beata Panacea ad Aghemio (Ghemme), cioè quello che è Capo di Casa, ossia andare a Ghemme nel giorno della festa. Inoltre ogni uomo o donna che tenghi fuoco acceso (ogni famiglia) doveva contribuire all'acquisto di una cero da portare a Ghemme. Questa tradizione si conserva ancora oggi e la chiesa di Ghemme è meta di pellegrinaggio ogni primo venerdì di maggio con una solenne processione che parte dalla Chiesa parrocchiale alle ore 8.00.

Il racconto della vita

Oltre ai citati scritti, molti seguirono nel corso dei secoli: Ettore Alberganti nel 1649, Emilio Castiglioni nel 1666, il Chiara nel 1725, Sebastiano Rovida nel 1765. Anche in tempi moderni molti hanno narrato la vita di Panacea ma senza dubbio la più famosa, e letta ancor oggi, è quella di Silvio Pellico, che si firmò semplicemente "un divoto" (1836).






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