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Il miele Il miele costituisce un altro significativo prodotto del territorio. Ghemme e le colline novaresi sono celebri soprattutto per la produzione di miele d'acacia, uno dei migliori di tutta Italia.

IL MIELE
La produzione di miele è da sempre un elemento importante dell'economia del Medio Novarese.
Le colline di Ghemme, Sizzano, Briona e Barengo forniscono da sempre un prestigioso miele di acacia, soprattutto il paese di Ghemme.
Il miele di acacia, o di robinia, è uno dei pochi mieli che resta sempre liquido indipendentemente dalla temperatura e dalla freschezza; il colore, paglierino, è uno tra i più chiari in assoluto.
Ha un profumo leggero e delicato, che ricorda l'aroma dei fiori di provenienza, ed è adatto per addolcire le bevande senza coprirne il sapore e per accompagnare alcune preparazioni culinarie.

Apicoltura novarese
Un apicoltore del novarese che si trovò a prendere in mano l’attività paterna, senza però aver avuto il tempo di essere istruito e formato dal padre, era stato costretto a rivolgersi ad un altro apicoltore della zona per ottenere dei chiarimenti. Un terzo apicoltore, informatone, ebbe a esclamare: “Ma cosa dai retta a quello là, che è solo trent’anni che ha le api!”.
Due tra i fondatori dell’apicoltura novarese si trovarono a spiare col binocolo altri due eminenti apicoltori della zona, per riuscire a carpirne i ben custoditi segreti.
Questi due episodi, che ci sono stati riferiti da apicoltori eredi di aziende storiche, sono emblematici degli inizi dell’apicoltura novarese.
Si tratta di un’apicoltura di matrice contadina e operaia, ben diversa da quella colta di nobiluomini, studiosi, esponenti di professioni libere, prelati che si erano riuniti fin dai primi del ‘900 per scambiarsi informazioni sull’allevamento delle api (il Marchese Borsarelli di Rifreddo, il conte Caissotti di Chiusano e il Professore Edoardo Perroncito, Preside della Facoltà di Veterinaria di Torino, Monsignor Enrico Schierano: un gruppo in cui comincia ad emergere la figura di don Giacomo Angeleri,per altro verso intimamente legata al mondo contadino). Questa è invece un’apicoltura figlia della povertà, nata da uno sforzo di riscatto economico, che a tratti contribuirà a fornire un’alternativa all’emigrazione, e dunque non è strano che le informazioni più preziose vengano tenute riservate, perché costituiscono veri e propri segreti di sopravvivenza.
Al tempo stesso tali “segreti”, non arrivando da conoscenza accademica o da fluida e diffusa circolazione di informazioni, sono il prodotto di una lunga e accurata osservazione, di un’esperienza che ha bisogno di tempi lunghi per potersi sedimentare. L’intimità di questi padri dell’apicoltura con le loro api è tale che è impressione comune dei loro eredi di non aver scoperto niente di veramente nuovo rispetto a loro.
Tuttavia, l’apicoltura novarese contemporanea è considerata tra le più raffinate in Italia, ed è luogo comune attribuire ancora agli apicoltori novaresi una certa ritrosia a rivelare le loro tecniche: un luogo comune ormai infondato ma che testimonia di un misto di ammirazione e invidia di cui vengono fatti oggetto.
Tra gli elementi che rendono rilevante l’apicoltura novarese, la meccanizzazione innovativa per gestire grossi flussi nettariferi, l’uso oculato di ibridi a seconda del tipo di zona, la raccolta regolare di dati (per esempio la registrazione anno dopo anno delle pese dei carichi di melari estratti in ogni apiario), lo sfruttamento di una efficace sequenza delle fonti nettarifere, la capacità di standardizzare le procedure assegnate agli operai esterni e di controllarne gli effetti, tutta una serie di accorgimenti e modifiche delle attrezzature legate all’alveare, una comprensione raffinata delle esigenze dell’alveare in relazione alle diverse zone e alla sequenza di flussi nettariferi e una capacità di gestire lo sviluppo delle famiglie per portarle a raccolto, l’oculata gestione del magazzino rispetto alle onde del mercato.
Oggi l’apicoltura novarese conta almeno grosse 35 aziende professionali e un totale di 20mila alveari denunciati (in realtà si può realisticamente pensare ad almeno 30/40 mila).
Si può pensare a una produzione media di 22-23 Kg di sola acacia per famiglia d’api, e circa 20-22 Kg di solo castagno, a cui si aggiungono tutte le altre produzioni




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