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Il Vino Ghemme D.OC.G. Il principale prodotto del territorio è il vino. Sulle Colline Novaresi la viticoltura ha origini antichissime che risalgono addirittura all'epoca pre-romana.
Nel XV secolo Ghemme era fornitore della corte dei Visconti e poi degli Sforza a Milano. Nobili famiglie novaresi e milanesi acquistarono in quell'epoca terreni e vigne dedicandosi alla coltivazione di questo prezioso prodotto.
Lo storico Bianchini racconta nel 1831 che a Novara le famiglie dell'aristocrazia usavano aprire, ogni anno, una bottiglia di Ghemme la sera della vigilia di Natale, davanti al camino per lo scambio degli auguri. L'usanza proveniva da Milano, a dimostrazione della grande importanza attribuita da sempre al vino di Ghemme.
Dopo aver raggiunto la Denominazione di Origine Controllata (D.O.C.), il Ghemme ha ottenuto la Denominazione di Origine Controllata e Garantita (D.O.C.G.), massimo riconoscimento italiano per i vini di qualità.
Il Ghemme Docg, rosso di nebbiolo, dal fine profumo di viola, lampone e frutti rossi, è l'espressione più vera e profonda della natura del paesaggio che fa da cornice al territorio e dell'antica sapienza dei vignaioli ghemmesi, che ancor oggi è conservata gelosamente dai moderni viticoltori, i quali, alla tradizione millenaria, sanno unire la capacità dell'innovazione e l'attenzione a coltivazione e vinificazione, tutto all'insegna della qualità.

Il vino di Ghemme era già conosciuto nell’antichità, come testimoniano i numerosi ritrovamenti d’epoca romana: Ghemme è infatti l’unico “pagus” romano documentato nel Novarese (“pagus agaminus”). Fra i reperti romani è da ricordare la lapide di Vibia Earina, liberta di Vibio Crispo, potente senatore romano, grande latifondista vercellese, che possedeva numerosi vigneti. Non lungi da Ghemme venne alla luce la celebre “diatreta Trivulzio”, coppa vitrea del secolo IV-V, ornata con la scritta “bibe et vivas multis annis”.
Nel corso del Medioevo i canonici di S. Giulio di Orta possedevano numerose vigne affidate agli abili vignaioli ghemmesi, fra i quali uno dal nome particolarissimo, Novellino di Enrico delle Vigne (“de Vineis”), cui risponde Giacomino de Bechis detto “potor”, cioè bevitore, padre del fondatore di una cappellania alla Beata Panacea nella chiesa di Ghemme nel 1448.
Dal Quattrocento fu particolarmente apprezzato dalla corte dei Visconti e degli Sforza a Milano, e numerose famiglie nobili novaresi e milanesi acquistarono campi e vigne per dedicarsi alla coltivazione dell’uva ed al commercio del prezioso prodotto dei colli ghemmesi.

La fama del vino ghemmese si diffuse nel corso del ‘600 e ‘700: era ricercato non solo dalle nobili famiglie ma anche dalle migliori
osterie di Milano, che facevano a gara per garantirsi una fornitura di qualche buon bottale di vino di ronco, il migliore che si produceva. E non a caso proprio i ronchi erano conosciuti con nomi propri che li distinguevano, quelli che oggi chiamiamo cru.
Lo storico Bianchini racconta nel 1831 che a Novara le famiglie dell'aristocrazia usavano aprire, ogni anno, una bottiglia di Ghemme la sera della vigilia di Natale, davanti al camino per lo scambio degli auguri, secondo un’usanza tipicamente milanese. Nel camino, poi, facevano ardere essenze profumate insieme alla legna (melarosa, ginepro e lauro), celebrando così la notte più importante dell’anno.

Grazie a numerosi vignaioli e produttori nell’Ottocento a Ghemme nacquero alcune delle più importanti cantine novaresi che vinsero innumerevoli concorsi enologici sia in Italia sia all’estero. Le bottiglie del Ghemme fecero la circumnavigazione del globo, inviate a Melbourne in Australia per sperimentare la loro conservazione, altre invece furono inviate nelle Americhe, e, negli Stati Uniti, il Ghemme era consigliato quale “medicinal corroborant wine”.

Antonio Fogazzaro che nel primo capitolo di “Piccolo mondo antico”, del 1895, cita il “vin di Ghemme” come accompagnamento di un pranzo organizzato dalla marchesa Maironi, e gli fa eco Mario Soldati, che nel suo racconto “L'albergo di Ghemme” decanta questo vino: “Il Ghemme: eccellente, prim’ordine”.
Nel 1904 l’enologo Luigi Nicolini scriveva: “Il Ghemme… rallegra lo spirito, eccita la fantasia, promuove l’appetito…. E don Angelo Stoppa nel suo “Il vino di Ghemme”: esaltava questo “splendido nettare, degno di onorare ogni mensa, da quella semplice e frugale di un simposio familiare a quella raffinata ed elegante di un banchetto uffficiale”.
Nel 1969 il Ghemme ebbe il riconoscimento della d.o.c. e nel 1997 quello della d.o.c.g. È oggi conosciuto e ricercato in tutto il mondo.
Con una gradazione alcolica minima pari a 12%, il Ghemme presenta colore rosso rubino anche con riflessi granata, profumo caratteristico, fine, etereo e gradevole, sapore asciutto, sapido, con fondo gradevolmente amarognolo, armonico.















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